COMUNICATO INGV 21/05/2025: LA FORZA DEL DESIDERIO DI CAMBIARE
«Non si entra mai due volte nello stesso fiume», ammoniva Eraclito, a ricordarci che il cambiamento non è solo possibile, ma inevitabile. Tuttavia, vi sono momenti in cui il cambiamento diventa dovere morale e responsabilità collettiva.
È in questo spirito che il rappresentante FGU-Ricerca-ANPRI per l’INGV ha incontrato il neo Presidente dell’Ente, prof. Fabio Florindo. La sua nomina, interna e dunque consapevole delle profondità e delle crepe del nostro Istituto, rappresenta una occasione rara: quella di riannodare i fili dispersi della nostra identità, di ritessere un patto fondativo tra ricerca e governance, tra scienza e coscienza istituzionale.
A questa apertura si unisce il dott. Giovanni Torre, già dirigente amministrativo dell’Ente, ora Direttore Generale. Una duplice investitura di alto valore che promette continuità e, se vorranno, discontinuità dalle pratiche del passato, laddove queste abbiano deviato dal bene comune.
Ma il cambiamento, se è tale, deve diventare collettivo. “Tutti per uno, uno per tutti” non è solo il giuramento dei moschettieri, ma il principio primo di ogni autentica organizzazione partecipata. Convincere che l’interesse di pochi genera divisione e malessere, mentre solo il coinvolgimento di tutti ci può salvare, non è retorica: è una verità semplice come l’acqua, ma, come l’acqua, spesso dimenticata.
Nell’incontro si è dunque convenuto di mettere mano ai fondamenti: Statuto, Regolamenti, Codici. Riequilibrare i poteri, restituire alle decisioni la voce della collegialità, è una necessità non più rimandabile. E se le selezioni dei Consiglieri d’Amministrazione e dei Direttori di Sezione sono già oggi orientate dalle preferenze dei dipendenti, perché non estendere questa logica anche ai Direttori di Dipartimento? Altrimenti il nostro autogoverno è zoppo. Inoltre, perché non allargare il cerchio alla programmazione scientifica e tecnologica, affinché sia frutto non solo di eccellenze individuali, ma di una comunità scientifica pensante? Sì, un ufficio di Presidenza è di grande aiuto.
Una lacuna, ancora da colmare, è l’assenza di un Dipartimento dedicato all’innovazione tecnologica: un’anomalia silenziosa in un Ente che si fonda proprio sulla unione virtuosa tra conoscenza e strumentazione, tra teoria e tecnologia. Di questo ci dobbiamo confrontare approfonditamente.
Ci sono poi atti specifici che interrogano il senso della giustizia amministrativa: i decreti del Direttore Generale n. 15/2025 e n. 18/2025, concernenti mobilità e assunzioni nel profilo di Primo Tecnologo per attività di comunicazione e divulgazione scientifica. Procedure formalmente legittime, ma nella sostanza caratterizzate da scarsa trasparenza, inadeguata motivazione e suscettibili di compromettere una gestione corretta ed efficace delle risorse pubbliche. Due posizioni che costerebbero all’Ente quasi 170.000 euro annui: l’equivalente di dieci avanzamenti interni da Tecnologo a Primo Tecnologo. Dieci storie di dedizione, di crescita, di competenza coltivata: cosa valgono rispetto a due chiamate senza confronto?
Si chiede a gran voce, prima ancora del ricorso giudiziale, un atto di consapevolezza: la sospensione e l’annullamento in autotutela di tali procedure.
Ma la questione è più profonda. L’Amministrazione centrale dell’INGV appare oggi come un insieme di stanze chiuse, compartimenti con propri interessi e proprie indennità, poco comunicanti e raramente valutate correttamente, slegata dal successo della Ricerca. Eppure, secondo Max Weber, la burocrazia dovrebbe funzionare come mezzo, non trasformarsi in un fine. È il successo della Ricerca a dover orientare la macchina amministrativa, non il contrario.
Per questo è necessario un modello circolare di performance, un sistema multilivello che metta in relazione chi gestisce e chi fruisce, chi governa e chi lavora. La partecipazione del personale alla valutazione delle performance, prevista già dal D.Lgs. 150/2009 (art. 19 bis, comma 3), deve essere praticata e resa operativa: la voce interna non può restare muta se le cose non funzionano e i premi delle performance al massimo.
In questo schema, per esempio, il Consiglio di Amministrazione dovrebbe valutare i Direttori di Dipartimento per il loro operato di natura gestionale e il Direttore Generale per la sua efficacia gestionale, raccogliendo anche il giudizio diffuso e anonimo di chi ne sperimenta quotidianamente l’impatto. Non è un gesto rivoluzionario: è semplicemente giusto. E ci salverà.
Infine, si è parlato del disegno di legge delega n. 1192, che promette – o minaccia – di riscrivere i destini della Ricerca pubblica. L’art. 11, comma 1, lettera h), parla di “riordino e razionalizzazione degli Enti Pubblici di Ricerca con particolare riferimento allo stato giuridico ed economico del personale”, di “qualificazione e reclutamento del personale”, di “programmazione e valutazione”. Siamo davanti ad una possibile metamorfosi legislativa che potrebbe plasmare il nostro futuro o disgregarlo.
Qui FGU-Ricerca-ANPRI chiede con forza che il Governo riconosca ciò che la Costituzione italiana, all’art.9 afferma solennemente: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.” e all’art. 33, proclama con limpidezza: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.”
Ma questa libertà non è un ornamento, è la condizione vitale della creatività. E la creatività è ciò che distingue un gruppo di ricerca da una mera funzione statale impiegatizia.
Per resistere al rischio dell’omologazione, alla tempesta burocratica che può travolgere anche le migliori intenzioni, serve oggi un Ente saldo e coeso, un Ente capace di tornare a sé stesso, per andare oltre sé stesso. Perché, come ricordava Italo Calvino, “prendere sul serio la propria immaginazione è l’unico modo per essere realistici”.
E la realtà della Ricerca, se non la si protegge, sfugge. Come l’acqua tra le dita.
FGU-Ricerca-ANPRI INGV
ing. Fabio Di Felice

